INTRODUZIONE:
Grazie all’amico Guglielmo Mascio, ho incontrato Cosimo Mandorino, in arte Cosmo Dance. La sintonia è stata immediata: basta spulciare le nostre collezioni per trovare “reperti” identici, come la mitica Dub version di Zwei degli Electric Mind (vedi i nostri video della serie 180gr.)
Cosmo è un “architetto del suono” che trasforma il crate digging in un punto di partenza creativo. Il suo nuovo lavoro, COSMO-LOGIC, è appena uscito per la label napoletana Periodica ed è già sold out su Bandcamp. Se amate il Funk, l’Italo e il Dub più cosmico, questo vinile è un manifesto imperdibile!
In questa intervista, Cosmo ci invita a studiare il passato per inventare il futuro, ricordandoci che la vera magia nasce dalla sensibilità umana, non solo dai circuiti:
“Il futuro non appartiene né agli uomini né alle macchine, ma alla loro capacità di collaborare… ciò che rende un disco memorabile nasce dalla sensibilità di chi lo crea”.
Una visione profonda, in perfetto stile Family House. Benvenuti nel mondo di Cosmo Dance!
INTERVISTA:
Dax: Cosimo, sei attivo nella scena elettronica da oltre due decenni e sei considerato uno dei “padri fondatori” del progetto Slow Motion fin dal 2005. Guardandoti indietro, quanto ha influito l’isolamento geografico di una realtà di provincia nel forgiare la tua identità di produttore, dj?
Cosmo Dance: Più che di isolamento parlerei di un’altra epoca. Sono cresciuto in provincia in anni in cui la cultura del club era fortissima. Ricordo che, potenzialmente, si poteva ballare ogni giorno della settimana e anche nei piccoli centri c’erano locali e serate di grande qualità. Quella è stata la mia prima scuola.
La curiosità, però, mi ha sempre spinto ad andare oltre. Ho passato anni a girare l’Italia, da nord a sud, per ascoltare DJ e scoprire i club più importanti. Erano gli anni in cui valeva la pena percorrere centinaia di chilometri per una serata, perché ogni club aveva una propria identità musicale. E spesso i DJ più forti non erano gli ospiti internazionali, ma i resident: erano loro a costruire il carattere del locale settimana dopo settimana. Quel legame tra resident e club mi ha sempre affascinato.
Credo che proprio quell’equilibrio tra una provincia sorprendentemente viva e la continua ricerca di nuovi stimoli abbia formato il mio modo di essere, sia come DJ che come produttore. Ancora oggi cerco di costruire un’identità personale, senza inseguire le mode ma lasciandomi guidare dalla curiosità.

Dax: La tua passione per il crate digging è definita “quasi archeologica”. In un mondo che corre verso lo streaming immediato, cosa provi ancora oggi quando scovi un vinile dimenticato in un mercatino? È una ricerca di tecnica produttiva o una necessità di connessione spirituale con il passato? In un’epoca in cui la musica è diventata un contenuto “usa e getta” sui social, che valore dai al tempo necessario per cercare, studiare e infine possedere un pezzo di storia su vinile? Cosa cerchi di trasmettere ai ragazzi che oggi producono tutto in digitale?
Cosmo Dance: Per me il crate digging non è mai stato una semplice ricerca di dischi rari o da collezione. È un modo per conoscere la musica in profondità. Quando porto a casa un disco, il primo ascolto è quello dell’appassionato; quelli successivi sono quelli del produttore. Mi piace capire come è stato costruito un brano, come sono stati pensati gli arrangiamenti, quali strumenti sono stati utilizzati e quali scelte hanno portato a quel risultato.
Ma un disco va ben oltre la musica incisa nei solchi. Mi affascinano le copertine, la grafica, scoprire chi c’è dietro una produzione e i musicisti che vi hanno partecipato. Con il tempo, man mano che la mia collezione cresceva, ho iniziato a cogliere il legame tra l’estetica visiva, il linguaggio musicale e il contesto storico di ogni disco. Ho capito che anche il modo in cui venivano utilizzati certi strumenti raccontava un’epoca.
Il digitale è uno strumento straordinario e lo utilizzo quotidianamente, ma mi affascina molto meno perché tende a ridurre tutto a una semplice traccia. Il vinile, invece, ti invita a rallentare, ad approfondire e a creare un rapporto più consapevole con la musica. Per me il vinile non è speciale perché è analogico, ma perché racconta una storia.
Ai ragazzi che producono oggi non direi di comprare necessariamente vinili. Direi piuttosto di coltivare la curiosità. Gli strumenti cambiano, ma la voglia di scavare, studiare e capire cosa c’è dietro un disco è ciò che, secondo me, aiuta davvero a costruire una personalità artistica.
Dax: L’Incontro delle Frequenze (CH.OP.): Insieme a Raffaele “Whodamanny” Arcella avete dato vita a CH.OP. “Channel Operator”, definendo le vostre produzioni come “incantesimi per la pista da ballo”. Cosa hai trovato nel linguaggio di Raffaele che ha completato la tua visione, e quanto c’è della tua “dub sorcery” nell’album Fantasy uscito per Best Record?
Cosmo Dance: Io e Raffaele ci siamo conosciuti da Futuribile, il negozio di dischi di Dario Di Pace a Napoli. È stato uno di quegli incontri in cui capisci subito di parlare la stessa lingua. Da quel momento il nostro rapporto è cresciuto giorno dopo giorno, sia dal punto di vista umano che musicale.
Quello che ho sempre apprezzato di Raffaele è la sua capacità di essere istintivo, ma allo stesso tempo estremamente orientato all’obiettivo. Io tendo a ragionare molto sulla costruzione di un brano, sugli arrangiamenti e sull’equilibrio complessivo; lui porta energia, spontaneità e uno sguardo sempre rivolto al presente. Ha un rapporto molto più libero con il passato rispetto a me e questa è una delle sue qualità più grandi. Mentre io, a volte, rischio di fare scelte quasi “barocche”, lui riesce a riportare tutto all’essenziale, mantenendo una freschezza incredibile.
In un certo senso io tendo a costruire, lui tende a sottrarre. Non abbiamo mai cercato un compromesso: abbiamo cercato un punto d’incontro. Ed è proprio in questo equilibrio che è nato CH.OP. Le nostre differenze non sono mai state un limite, ma il vero motore creativo del progetto. Ognuno di noi ha spinto l’altro fuori dalla propria zona di comfort e credo che sia questo il motivo per cui Fantasy abbia trovato una sua identità così naturale.
Con CH.OP. non volevamo reinterpretare un genere o inseguire un’estetica precisa. Volevamo creare musica che sorprendesse prima di tutto noi stessi, lasciando spazio all’istinto e alla sperimentazione. Se qualcuno definisce le nostre produzioni degli “incantesimi per la pista da ballo”, lo prendo come un bellissimo complimento: significa che siamo riusciti a creare qualcosa che va oltre il semplice esercizio di stile e che riesce ancora a trasmettere emozioni.

Dax: Hai fondato Mirella Records, una label che sta dimostrando una vitalità incredibile con progetti come Maurizio e Dandolo o Clarita Y Los Pecho Lobo. Qual è la filosofia dietro questa etichetta? Cerchi di creare una “factory” di artisti che condividono la stessa visione o è uno spazio di libertà totale senza confini di genere?
Cosmo Dance: Mirella Records nasce da una passione profonda per il modo in cui venivano concepite molte etichette italiane degli anni Ottanta. Dietro tanti progetti apparentemente diversi c’erano spesso gli stessi produttori, gli stessi musicisti e gli stessi studi di registrazione. Cambiavano i nomi, ma il filo conduttore era un’estetica precisa, un modo di intendere il suono.
Più che una label, Mirella è sempre stata un collettivo creativo. Fin dall’inizio il nucleo del progetto è stato formato principalmente da me e Raffaele “Whodamanny” Arcella, con il contributo, in diversi momenti, di Francisco (Francesco De Bellis) e Marcello Giordani. Ci siamo divertiti a creare alias, progetti e identità diverse, ma il cuore creativo è sempre rimasto lo stesso. Ogni progetto nasceva dall’esigenza di esplorare un linguaggio differente, senza perdere una visione comune.
Più che costruire una scuderia di artisti, mi interessa costruire un’estetica riconoscibile. Vorrei che, ascoltando un disco Mirella, qualcuno riconoscesse un gusto, un immaginario e un modo di raccontare la musica, indipendentemente da chi compare in copertina. Per me una label è prima di tutto un’identità culturale. Gli alias non servono a cambiare identità, ma a raccontarne sfumature diverse.
Dax: In passato hai dichiarato che la scena italiana ha bisogno di maggiore collaborazione e coesione. Citando spesso la scuola romana (Lory D, Passarani, Francisco) e quella napoletana, senti che il “Roman Funk” si stia evolvendo in qualcosa di più grande, capace di unire finalmente i puntini tra le diverse eccellenze regionali? Se potessi dare un consiglio alla nuova generazione di producer italiani, quale sarebbe il primo passo per costruire finalmente una “visione comune”?
Cosmo Dance: Credo che spesso si sia parlato della scena italiana come di un insieme di realtà musicali separate: quella romana, napoletana, milanese e così via. In realtà, più che i generi musicali, a distinguerle è sempre stato il modo di interpretarli. Ogni realtà ha cercato di costruire un proprio linguaggio, una propria estetica e un’identità riconoscibile. Ed è proprio questo che le ha rese così importanti.
Non credo che sia mai mancata la voglia di collaborare. Semplicemente, ogni realtà era impegnata a costruire il proprio modo di intendere la musica. Le differenze non hanno diviso la scena italiana, ne hanno costruito l’identità.
Oggi, però, viviamo in un mondo molto più connesso. Le distanze si sono ridotte, il confronto è diventato naturale e le collaborazioni nascono con maggiore spontaneità. Ho avuto la fortuna di lavorare con artisti provenienti da esperienze diverse e mi sono reso conto che quello che ci unisce non è tanto un genere musicale, quanto il modo in cui viviamo la musica: la curiosità, la ricerca e il rispetto per ciò che è stato fatto prima di noi.
Se dovessi dare un consiglio a un giovane producer, gli direi di non cercare di appartenere a una scena, ma di costruire una propria identità. Il passato va conosciuto e rispettato, ma non imitato. Come dico spesso, il passato non è un posto dove fermarsi: è un posto da cui partire. Più che costruire una scena uniforme, dovremmo continuare a costruire identità forti. È proprio la diversità dei nostri linguaggi che rende la musica italiana così interessante.
Dax: L’approdo a Napoli: Il tuo nuovo lavoro, Cosmo-Logic (in uscita a luglio 2026), è stato prodotto e finalizzato proprio a Napoli con il contributo di Raffaele Arcella e Dario di Pace. Cosa ha aggiunto il “clima” napoletano a questo disco che non avresti potuto trovare nel tuo studio?
Cosmo Dance: Ogni volta che vado a Napoli per lavorare ai missaggi con Raffaele, si crea sempre lo stesso rito. Prima di andare a cena arrivano in studio anche Dario Di Pace (Mystic Jungle) ed Enrico Fierro (Milord). Ci prendiamo un po’ di tempo per ascoltare le produzioni su cui ognuno di noi sta lavorando. È un confronto sincero, spontaneo e senza filtri, che per me è diventato una parte fondamentale del processo creativo.
Proprio durante una di queste sessioni ho fatto ascoltare una prima bozza di “Binary War”. Dario ne rimase particolarmente colpito e mi chiese cosa avessi intenzione di farne. Fu lui a suggerirmi di sviluppare un intero disco partendo da quell’idea. Da quel momento, nelle successive sessioni di lavoro a Napoli, Raffaele mi ha aiutato a dare forma al progetto. Tra un missaggio e l’altro trovavamo sempre il tempo per lavorare alle bozze dei nuovi brani, confrontarci sugli arrangiamenti e definire, poco alla volta, l’identità di Cosmo-Logic.
Credo che il valore di Napoli, per me, sia proprio questo. Non è solo il luogo dove finalizzo un disco, ma un ambiente in cui il confronto è continuo e le idee prendono forma in modo del tutto naturale.

Dax: Umani vs Macchine: Il disco viene descritto come un manifesto distopico dove umani e macchine convivono in un conflitto perpetuo. In un’era di intelligenza artificiale, Cosmo-Logic è un grido di ribellione delle macchine analogiche o un avvertimento sulla nostra dipendenza tecnologica? È una metafora di come ti senti oggi in studio? Ti senti più un “umano” che cerca di domare la tecnologia o un “operatore di canali” che ha finalmente trovato l’armonia con il sistema binario?
Cosmo Dance: Non credo che Cosmo-Logic parli di un conflitto tra uomo e macchina. Anzi, credo che la musica elettronica sia sempre nata dalla loro collaborazione. I sintetizzatori, le drum machine, i sequencer e oggi anche l’intelligenza artificiale sono strumenti che ampliano le possibilità creative. La differenza, però, continua a farla chi li utilizza.
In studio non mi sento né un uomo che combatte la tecnologia né qualcuno che la subisce. Mi piace pensare di dialogare con le macchine. Le utilizzo per esplorare idee che da solo non riuscirei a raggiungere, ma cerco sempre di mantenere una forte componente umana nel processo creativo.
Paradossalmente, mentre la tecnologia diventa sempre più perfetta, io continuo a cercare ciò che perfetto non è. Mi affascinano le piccole instabilità dei sintetizzatori analogici, una saturazione imprevista o un’esecuzione non completamente quantizzata. Sono dettagli che nessun algoritmo può prevedere: nascono dall’istinto, dall’errore e dall’esperienza.
Forse è questo il vero messaggio di Cosmo-Logic: il futuro non appartiene né agli uomini né alle macchine, ma alla loro capacità di collaborare. Le macchine non sostituiscono la creatività, ci aiutano a esprimerla in modi nuovi. La tecnologia può offrirci possibilità infinite, ma ciò che rende un disco davvero memorabile continua a nascere dalla sensibilità di chi lo crea.

Dax: L’estetica del Korg MS-20: perché per raccontare il futuro hai sentito il bisogno di tornare a questi strumenti così “fisici” e primordiali? Perché per raccontare un futuro dominato dai computer ribelli hai sentito il bisogno di tornare a macchine così primordiali e analogiche?
Cosmo Dance: Per me uno strumento non è solo un mezzo per produrre un suono. È qualcosa che influenza il modo in cui scrivo la musica. Ogni sintetizzatore ha un carattere, dei limiti e un modo diverso di portarti verso certe idee.
Il Korg MS-20, come molti strumenti analogici, ti costringe a interagire fisicamente con il suono. Non c’è un preset perfetto da richiamare: devi costruirlo, modificarlo, ascoltarlo mentre cambia. È un processo molto più istintivo e questo, per me, ha un valore enorme.
Trovo affascinante che per immaginare il futuro continui ad affidarmi a strumenti progettati decenni fa. Forse perché il futuro non dipende dalla tecnologia che utilizzi, ma da quello che riesci a immaginare con essa.
Non scelgo gli strumenti perché sono vintage. Li scelgo perché continuano a sorprendermi. E credo che la sorpresa sia ancora uno degli elementi più importanti della creatività.

Dax: Un digger come te non può restare indifferente ai mercatini di Napoli. C’è un legame tra i dischi che hai scovato nei tuoi ‘brevi soggiorni’ napoletani e i ritmi meccanici e i vocoder che sentiamo in tracce come Binary War o Computer World?
Cosmo Dance: In questo caso direi di no. Napoli è stata fondamentale per il confronto con Dario e Raffaele e per la nascita di Cosmo-Logic, ma l’ispirazione di Binary War è arrivata da tutt’altra parte.
L’anno scorso, mentre ero a Tokyo, ho trovato un disco del 1984 contenente la colonna sonora di un videogioco a 8 bit. Mi aspettavo qualcosa di semplice e invece mi sono trovato davanti a sonorità incredibilmente moderne, quasi techno ed electro. Quel disco mi ha colpito molto e ha influenzato la scrittura di Binary War.
È questo il bello del digging: non sai mai dove troverai l’idea che ti cambierà una prospettiva. Ogni disco che scopri amplia il tuo vocabolario musicale. Quando torni in studio non stai copiando quello che hai ascoltato, ma quelle suggestioni entrano a far parte del tuo linguaggio e rendono il tuo modo di scrivere sempre un po’ più ricco.
Dax: “Space in your Face”: Questo è il payoff che spesso accompagna la tua musica. Oltre all’impatto sonoro evidente, quanto c’è di “spaziale” e cosmico nel tuo approccio allo studio di registrazione e quanto invece cerchi di rimanere piantato a terra, nel funk più sporco e fisico? Se dovessi guardare negli occhi un ragazzo che per la prima volta si approccia alla tua musica, cosa vorresti che “sentisse” oltre il ritmo? Qual è il messaggio umano che vorresti restasse impresso dopo che l’ultima traccia del tuo set è finita?
Cosmo Dance: “Space in your Face” è il manifesto del mio modo di fare il DJ. Nasce dalla passione per quei generi musicali che, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, convivevano senza troppe etichette: disco, funk, electro, new wave, italo e le prime sperimentazioni elettroniche. È un immaginario che continua ancora oggi a influenzare profondamente il mio modo di fare musica.
A un certo punto ho sentito l’esigenza di integrare i miei DJ set con sonorità più vicine alla mia sensibilità, sempre meno presenti nel mercato discografico contemporaneo. È stato uno dei motivi che mi ha spinto a iniziare a produrre: non per nostalgia, ma per dare continuità a un linguaggio musicale che sentivo ancora attuale.
Ho sempre costruito i miei DJ set cercando di raccontare una storia. Non penso mai alla singola traccia, ma al viaggio complessivo. È lo stesso approccio che porto nelle mie produzioni e nel percorso di Mirella Records.
Se alla fine di un mio set o di un mio disco qualcuno torna a casa con la voglia di cercare un artista, un’etichetta o un disco che non conosceva, allora credo di aver raggiunto il mio obiettivo.
Link:
Cosmo Dance intw. 07.2026 Family House.

